Intervista a Gianfranco Staccioli – Segretario Nazionale della Federazione Italiana dei CEMEA

Punti fermi da mantenere

I CEMEA sono nati quasi novanta anni fa ed avevano un obiettivo preciso: la formazione del personale che avrebbe dovuto lavorare nei servizi estivi per l’infanzia. Una legge del governo di sinistra del 1936 prevedeva in Francia, per la prima volta, vacanze gratuite per tutti i bambini. I CEMEA organizzarono i primi stage, anche in collaborazione con altri movimenti che facevano riferimento all’educazione attiva.
Oggi il problema di un’educazione (intra ed extrascolastica) è ancora quello di consentire una qualità di offerta adeguata ed arricchente per tutti. La situazione a macchia di leopardo dei nidi nel nostro paese, la incompleta prospettiva di una educazione 0/6 per tutti, l’allontanamento di tanti bambini dagli studi, la scarsa considerazione della funzione docente ed educativa in genere, sono tutti elementi che non aiutano ad avere nel nostro paese un’educazione di tutti e per tutti.
In più, un’offerta educativa non può essere una “qualsiasi” forma di istruzione. “L’educazione è una e si rivolge a tutti in ogni momento”, ha scritto Gisèle de Failly, una delle fondatrici del movimento dell’educazione attiva. Questo significa che nell’educazione formale e non formale, ogni momento, ogni atto, ogni scelta, ogni comportamento compiuto da chi esercita il “mestiere” di educatore, assumono un valore formativo nei confronti di altri. Averne consapevolezza si avvicina molto ad un
termine oggi ben noto: qualità. Qualità del servizio, competenze degli educatori, consapevolezza dei metodi, rispetto degli allievi, cura dell’ambiente…

Un obiettivo da raggiungere

Anche questo punto mi costringe ad isolare un singolo elemento da un problema complesso. Raggiungere obiettivi singoli dà certo soddisfazione, ma è più apparenza che realtà, perché tutte le questioni si collegano e si intersecano. Solo componendo i tanti elementi in gioco si può pensare ad un cambiamento efficace e consapevole. Non sfuggo alla domanda nominando (anziché uno) quattro elementi che dovrebbero essere riconosciuti come costitutivi di un miglioramento educativo. Dobbiamo ancora essere
convinti che ciascuna persona va riconosciuta per quello che è. Perché è diversa da noi. Occorre partire da lì e non proiettare in lei i nostri desideri, obiettivi, le nostre idee, pensieri e talvolta pregiudizi o paure. Ma una persona non vive da sola, sta sempre in un contesto dove altri agiscono, Perché possa essere possibile relazionarsi ascoltandosi, occorre si possa essere in pochi. Il tema del piccolo gruppo, delle classi con meno bambini è una “strana” scoperta dovuta al Covid. Sarà un obiettivo difficile da mantenere.
Valorizzazione della persona, esperienze in piccolo gruppo, organizzazione di un contesto, stanno in interazione. La mancanza di uno di questi elementi sbriciola l’obiettivo di ciascuno. E c’è un quarto elemento che, come obiettivo, va ricordato e coniugato con gli altri tre. Ed è il rapporto con l’esterno. Oggi il Covid ci ha insegnato che la salute si cura meglio all’aperto. Va detto che la salute non riguarda solo il corpo, ma anche la motricità, le relazioni, l’affettività, la serenità… I corsi di formazione che noi abbiamo proposto fino dalle nostre origini si sostanziavano nel rapporto con l’esterno naturale o sociale e cercano di vedere collegati questi quattro punti. Anzi, cinque perché come CEMEA pensiamo che in un tempo come il nostro, dove contesti e persone sono pressati dalle tecnologie e dal consumismo, sia sano ritrovare la dimensione della concretezza, del saper fare.

Noi siamo artigiani dell’educazione e pensiamo che il nostro proporre la manualità vada oggi riscoperto e incoraggiato, così come avviene a livello sociale, con la scelta di produrre beni a partire dall’economia circolare, il consumo equo e solidale, l’agroecologia, l’ecopolitica …, che cercano di porsi come offerta plausibile e ricca, rispetto alle illusorie ricchezze che il mercato ci offre. Se tutti questi cinque elementi si intersecano, allora ne deriva un solo obiettivo che è poi anche quello che molti oggi stanno invocando. Educare attraverso un nuovo umanesimo.

Una proposta da proseguire


Vede, io non sono un cattolico praticante, ma ho sempre ammirato coloro che nella chiesa riescono a rallentare il loro tempo, dedicandosi alla riflessione e alla preghiera.
Credo che oggi ci manchi il silenzio, la calma, la lentezza. Siamo così pressati dall’idea che essere veloci, far presto, arrivare prima, bruciare i tempi … siano i toccasana per il lavoro e per i comportamenti quotidiani, che non ci accorgiamo che le cose stanno diversamente. I bambini sembrano avere una frenetica vitalità, ma sanno anche indugiare, sanno stare in silenzio, sanno meravigliarsi delle “piccole cose”, sanno gustare i processi (direbbe un pedagogista) piuttosto che i risultati. Non sto pensando ad un aumento del tempo libero perché ogni lavoratore (bambini compresi) si possa riposare. Sto auspicando che l’agire quotidiano sia più libero dalle pressioni (non solo economiche) che ciascuno di noi conosce bene e che derivano da un modello di mondo che oggi sembra aver fatto il proprio tempo. Stiamo dentro una macchina sociale che mette sotto il tappeto il degrado ecologico dell’ambiente e quello della qualità della vita. Parafrasando un recente libro di Edgar Morin, direi che bisognerebbe cambiare strada.

Mi pare la proposta più utile per il futuro.

(Questa intervista è già apparsa su Bambini, n. 2, 2021 pp 6/7)